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Journey & Time August 26, 2004 Views: 4 5 min read

Dove le stelle vegliano

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

PARTE UNO. PARTE DUE.

Nel deserto bruciato dal sole, sussurri di vento portano l’eco dei lamenti, mentre le ombre delle rovine raccontano storie mute di speranza infranta e destino incerto, dove il cielo sembra piangere lacrime di fuoco sopra un terreno intriso di dolore e disperazione.

«Eclipse – Dedicata alla guerra in Iraq»

Nel deserto spaccato dal sole, dove l’asfalto si fonde con la polvere e il tempo non esiste, si solleva un vento che non consola, ma graffia, che non parla, ma sussurra memorie fatte di vetro infranto e sabbia rovente, come se ogni granello fosse intriso di un grido. Le rovine si piegano sotto il peso di ciò che è stato, resti mutilati di sogni che nessuno ha saputo difendere, colonne spezzate che reggono ancora un cielo che sanguina. La luce è così tagliente che non illumina, ma ferisce, e nell’aria si respira il silenzio di chi è stato dimenticato. Le pareti che non ci sono più raccontano senza voce, mostrano senza chiedere, testimoniano l’assenza con una brutalità che non ha bisogno di parole. E tutto sembra immobile, eppure tutto continua a morire. Nel cuore di quel nulla incandescente, oggi l’Italia ha perso un uomo. Enzo Baldoni non era solo un nome, non era solo un mestiere. Era un corpo che si spingeva oltre il perimetro della paura, una voce che non cercava applausi ma risposte, un’anima che vibrava nella frequenza di chi ha deciso di non voltarsi dall’altra parte. Il deserto iracheno se lo è preso, lo ha inghiottito nel suo ventre di polvere e silenzio, come fa con tutte le cose che non riesce a contenere, e in quell’istante qualcosa si è spezzato. Qualcosa che non torna. Qualcosa che non si può dire.

La sua penna era una ferita aperta sul foglio bianco, un taglio che lasciava colare la verità senza anestesia, senza prudenza. Raccontava come si sopravvive in un mondo che non vuole essere capito, come si muore in mezzo al rumore delle bombe che non hanno volto. L’inchiostro diventava carne, diventava sangue, diventava pianto. Ogni parola era una fotografia scattata con gli occhi di chi non ha paura di guardare davvero. L’Italia non ha solo perso un giornalista. Ha perso un frammento di coscienza, un pezzo di anima collettiva, uno specchio che rifletteva senza deformare, che mostrava il brutto, il vero, il non detto. Mentre scivolavo tra le righe della notizia, mi è arrivato addosso quel tipo di dolore che non urla, ma si accuccia dietro lo sterno e ci resta. Ho sentito freddo, un freddo sottile, trasparente, che non viene da fuori ma da dentro, come se qualcosa avesse smesso di muoversi. C’era una tazza di caffè sul tavolo, ancora calda, il vapore che si alzava in spirali leggere. Ho guardato quel piccolo rituale del tutto, e ho sentito il contrasto feroce con il niente. Il caffè era ancora lì, come se il mondo non si fosse fermato. Come se il mondo non sapesse che un uomo era appena scomparso nel nulla. È quel senso di assurdo che ti taglia in due. Il caffè che fuma ancora e un corpo che non respira più. Le stelle che brillano immobili sopra un mondo che brucia. L’anima che si contrae, incapace di accettare l’evidenza. E mentre tutto questo succede, nessuno sente. Nessuno vede. Solo la scrittura può provare a trattenere ciò che si dissolve. Solo le parole possono sfiorare l’orlo del vuoto, senza paura di caderci dentro. Enzo era una presenza che graffiava. Non lisciava, non levigava, non addolciva. Era una frattura necessaria nel silenzio comodo della coscienza. La sua battaglia era fatta di passi nelle zone oscure, di occhi spalancati sull’orrore, di mani tese verso chi non aveva più nulla. Non per eroismo, ma per umanità. Perché era impossibile per lui restare fermo.

E ora resta il vuoto. Quel vuoto che non si può colmare. Quel vuoto che ha il profumo del caffè che si raffredda, il colore della sabbia che inghiotte i corpi, la voce muta dei muri che non esistono più. È un vuoto che pesa. Che resta lì anche quando si smette di parlarne. Che si fa spazio tra i pensieri, come una presenza invisibile ma tangibile. Fuori, le stelle continuano a brillare. Ma oggi sembrano più lontane. Come se sapessero, ma non potessero intervenire. Come se osservassero in silenzio la caduta lenta di un altro essere umano nel pozzo della dimenticanza. E in tutto questo, resta solo la scrittura. Resta solo il gesto disperato di chi prova a trattenere qualcosa che scivola, che scappa, che si spegne. Non è una commemorazione. È un atto di resistenza. È un modo per dire che qualcosa dentro di noi ha tremato. Che qualcosa è cambiato. Che non si torna più indietro. E che anche se tutto va avanti, anche se il mondo non si ferma, noi possiamo ancora fermarci, respirare, sentire.

Riposa, Enzo, nel cuore delle cose non dette, nella voce delle cose spezzate. La tua presenza non si dissolve, non si consuma. Vive nel fuoco che hai lasciato, in ogni parola che hai scritto, in ogni verità che hai osato pronunciare. E mentre tutto si spegne, la tua memoria resta come una scintilla accesa nel buio. Non una luce fissa, ma un bagliore intermittente. Un respiro che non si arrende. Una porta socchiusa sul senso profondo di ciò che resta.

Fabrizio De Andrè – La canzone di Marinella

• Remember me,
• Eclipse •

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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