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History & Places June 20, 2003 Views: 4 5 min read

Esame o Battaglia?

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

Non so bene da dove iniziare, ma so che devo farlo. Oggi, dopo anni di attesa, è successo. L’ultimo passo, l’ultimo respiro di una storia che sembrava non finire mai, quella storia che per cinque anni è stata la mia vita, il mio respiro, il mio quotidiano. Il liceo scientifico, le formule, i numeri, quei teoremi che ora sembrano lontani, eppure li sento ancora, come se stessero dentro di me, prigionieri. La settimana scorsa gli scritti, oggi l’orale. E ora? Ora c’è un vuoto che non so come definire, che non so nemmeno come affrontare. Un vuoto sottile, invisibile, ma che c’è. Non è sollievo, non è tristezza, è qualcosa che non riesco nemmeno a descrivere, che si annida nel cuore e fa male. Non c’è un nome per questa sensazione, solo un silenzio che non ha risposte. Mi siedo, penso, ma non riesco a mettere ordine in nulla. I ricordi sono confusi, accavallati come le pagine di un libro che non riesci a leggere. Le ore passate a ripetere, a guardarmi allo specchio, cercando di rispondere a una domanda che non sapevo nemmeno fosse lì. Le notti passate con i libri aperti, le mani stanche, le parole che non volevo sentire, eppure ronzavano nella mia testa. E poi l’ansia, quella maledetta sensazione che ti stringe il cuore, che ti fa sentire come se stessi per affogare, come se l’aria non bastasse più. L’ho sentita oggi, l’ansia, mentre aspettavo il mio turno, seduta su quella sedia di plastica che scricchiolava sotto di me. Le mani che tremavano, il battito del cuore che sembrava rimbombare nella stanza. Non c’è scampo, ti afferra, ti tiene prigioniera.

Eppure, quando è arrivato il mio momento, è stato come se tutto fosse diventato silenzio. Un vuoto totale. Il tempo, il pensiero, la paura, tutto si è fermato. Mi sono alzata, ho camminato verso quella porta, e quando l’ho aperta mi sono trovata davanti a loro. La commissione, i loro sguardi impassibili, le facce neutre, come se fossi solo un nome su un foglio, un altro passaggio burocratico. Eppure io non ero un numero. Non ero solo una voce in un elenco. Lì, in quel momento, c’ero io, con tutto il peso di quei cinque anni, con tutta la fatica, la paura, l’incertezza. E ho parlato. Ho parlato come se non ci fosse un domani, come se quelle fossero le ultime parole della mia vita. Non so se ho detto tutto quello che dovevo dire, non so se sono stata chiara. Ma so che ho messo in quelle parole tutto quello che avevo. La determinazione, la paura, la fatica, l’attesa. Quando ho finito, il silenzio ha invaso la stanza, come una nebbia che ti soffoca. E in quel silenzio ho capito che era finita, che non c’era più niente da fare. Era tutto lì, sospeso nell’aria, come una nota che non vuole smettere di risuonare.

Ora sono a casa, seduta nella mia stanza. Il quaderno è davanti a me, aperto, eppure non so cosa scrivere. Non so perché lo faccio. Forse per fermare il momento, per non dimenticare come mi sento, perché so che tra poco tutto questo sembrerà lontano, come se non fosse mai successo. Ma è stato reale. E questo vuoto, questa sensazione di non sapere cosa fare, è reale. È la verità che mi porto dentro. Le ore di studio, la paura, l’ansia, la soddisfazione. Tutto vero. Ma c’è anche quel vuoto, quell’incolmabile spazio che mi stringe dentro, come se avessi raggiunto una vetta e guardandomi intorno non vedessi niente. Solo il cielo, silenzioso e infinito. E io, là in alto, in bilico. Non so se voglio restare o scendere, tornare alla vita di prima, alla vita che conoscevo. Ma so che non posso. So che nulla sarà più come prima. Non potrà mai esserlo. Forse questo è il significato della maturità. Non è un voto, non è un esame, non è un pezzo di carta che ti dice se sei riuscita o meno. È qualcosa che non si vede, ma si sente. È un cambiamento che ti scava dentro, una parte di te che resta lì, in quella stanza, mentre un’altra parte di te va avanti, senza fermarsi. E io sono qui, sospesa, a cercare di capire chi sono, cosa voglio. A domandarmi dove sto andando. Ma non trovo risposte. Trovo solo altre domande. E forse è giusto così. Forse non c’è bisogno di rispondere, ma solo di vivere le domande, di sentire il peso di un’incertezza che non finisce mai. Perché è proprio nell’incertezza che si nasconde la bellezza, la possibilità di scoprire qualcosa che non immaginavi.

Chiudo gli occhi. Respiro. Sento il silenzio. Un silenzio che è assordante, che arriva dopo il rumore, dopo il caos. Ma so che questo silenzio non è una fine. È solo una pausa. Un momento sospeso, che lascia spazio a ciò che verrà. Domani ricomincerà tutto. Ma sarà diverso. E io sarò diversa. Non so come andrà, ma so che ho vissuto tutto questo con intensità, con consapevolezza. E questo mi basta. Perché, qualunque cosa accada, tutto ciò che ho vissuto oggi, la paura, il dolore, la fatica, la soddisfazione, sono diventati parte di me. Non li perderò mai. Li porterò con me come un bagaglio invisibile, ma pesante. Mi ricorderanno chi sono, da dove vengo. Chiudo il quaderno. Ma so che non è finita. La scrittura non finisce mai. È solo un passo in un cammino che non ha fine. E io continuerò a camminare. A cercare. A vivere. Perché è questo che conta. Vivere.

Resilience.
• remember me
• Eclipse •

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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