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Body & Energy July 9, 2002 Views: 6 5 min read

Happy Birthday +18

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

Sono appena tornata a casa, e il silenzio sembra amplificare ogni piccolo rumore: le ruote del trolley che graffiano il pavimento, il fruscio del vestito che sfiora la pelle, il battito ancora irregolare del cuore. Il profumo della notte è rimasto incollato ai capelli, un misto di mare e vento, e di quella leggera umidità che rende tutto più vivo. Chiudo la porta dietro di me e mi appoggio al legno freddo, ancora con il sorriso stampato sulle labbra. Non voglio dimenticare nulla, non una sensazione, non un istante.

Loano stasera era uno spettacolo. Il lungomare illuminato da file di luci che sembravano sospese, quasi fossero stelle catturate. La pista da pattinaggio a rotelle era già piena quando siamo arrivati, e io, con il cuore che tamburellava nel petto, sentivo l’adrenalina mescolarsi alla gioia. Avevo scelto questo posto per una ragione precisa: gli anni ’70 e ’80 mi hanno sempre affascinata, come se in quelle canzoni e in quei colori ci fosse qualcosa di eterno, qualcosa che mi appartiene più del presente. Non so perché, ma ogni volta che ascolto una melodia di quel periodo, mi sembra di essere a casa. Ero vestita come una di quelle ragazze che vedevo nei poster vintage appesi nella mia stanza: una gonna argentata che sfiorava appena le ginocchia, stivali bianchi alti fino al polpaccio, e una maglietta attillata con paillettes che riflettevano ogni raggio di luce. I capelli sciolti, lasciati liberi di ondeggiare, e un tocco di eyeliner a sottolineare lo sguardo. Mi sentivo bella, ma non nel modo vanitoso che si associa a questa parola: mi sentivo giusta, perfettamente in armonia con il momento.

Gli amici mi aspettavano già dentro. Li ho trovati lì, sparsi tra un tavolo e l’altro, con i bicchieri già pieni e le risate che riempivano l’aria. Abbiamo brindato subito, senza aspettare altro. “Ai diciotto anni di Alice!“, hanno urlato in coro, alzando i calici come in una scena di un film. E io li guardavo uno per uno, cercando di imprimermi i loro volti nella memoria: M., con la sua camicia a righe improbabile, M., che aveva esagerato con il rossetto rosso, L., sempre con quell’aria distratta che non lo abbandona mai. Erano tutti lì per me, e quel pensiero mi ha scaldato il cuore. La musica è partita subito dopo, e non c’è stato bisogno di inviti o incoraggiamenti: ci siamo buttati sulla pista come se fosse l’unico posto al mondo. I pattini scivolavano lisci, le luci strobo creavano giochi di colori che rendevano ogni movimento quasi magico. “Stayin’ Alive” dei Bee Gees rimbombava dalle casse, e io non riuscivo a smettere di cantare, anche se a malapena ricordavo le parole. Ridevamo, urlavamo, scivolavamo uno accanto all’altro, e per un attimo tutto sembrava perfetto. Non c’erano pensieri, non c’erano paure, solo quel momento puro e cristallino.

Mi sono fermata un attimo al bordo della pista, togliendomi i pattini per respirare. Il mare era a pochi passi da lì, e il suo odore arrivava fino a noi, mescolandosi al sudore, al profumo di vaniglia della crema che avevo messo prima di uscire, e al dolce zucchero filato che vendevano poco distante. Ho guardato il cielo, le stelle sembravano più vicine, come se potessi afferrarle con una mano. Ed è stato in quel momento che ho capito: stasera non è solo una festa, non è solo un compleanno. Stasera è un confine, una linea sottile tra chi ero e chi sto diventando. Quando sono tornata sulla pista, la musica era cambiata. Adesso c’era “I Want to Break Free” dei Queen, e l’energia era ancora più forte. M. mi ha preso per mano, e abbiamo iniziato a ballare, senza pattini, scalze, ridendo come bambine. Era come se il mondo intero ci guardasse, ma non importava. Mi sentivo libera, più viva che mai. Ogni risata, ogni movimento era una piccola rivoluzione, un modo per dire al mondo che ero pronta, pronta a tutto.

La serata è volata, come sempre accade quando non vorresti che finisse mai. I ragazzi hanno insistito per un ultimo brindisi, e ci siamo seduti su uno dei tavoli all’aperto, con il mare a farci compagnia. Qualcuno ha tirato fuori una chitarra, e abbiamo cantato, stonati ma felici, finché le luci della pista non si sono spente. Era tardi, troppo tardi, ma nessuno voleva andarsene. C’era qualcosa di magico in quell’istante, qualcosa che sapevamo non si sarebbe mai ripetuto allo stesso modo. Adesso sono qui, nella mia stanza, con i piedi doloranti e il cuore leggero. La gonna argentata è appoggiata sulla sedia, gli stivali bianchi abbandonati accanto al letto. Penso a tutto quello che è successo stasera, e non posso fare a meno di sorridere. Ho diciotto anni, e il mondo sembra un posto pieno di possibilità. Ma allo stesso tempo, c’è una piccola fitta nel petto, un senso di incompiutezza che non riesco a spiegare. Come se qualcosa fosse rimasto lì, sospeso, in attesa. Forse è questo il bello dei diciotto anni: non sapere ancora tutto, non avere tutte le risposte. Essere in bilico tra ciò che sei e ciò che sarai. E mentre spengo la luce e mi lascio avvolgere dal buio, mi chiedo: quanto durerà questa sensazione? Quanto durerà questa leggerezza, questa gioia che sembra così fragile? Non lo so. Ma per ora, va bene così. E tu? Ti ricordi il momento in cui hai sentito di essere cambiato? O forse lo stai ancora aspettando?

CIN CIN.
Remember me,
Eclipse

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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