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Journey & Time March 25, 2001 Views: 4 5 min read

Il Giorno in Cui Il Mondo Crolla

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

Ricordo quel giorno.
Ma non è facile farlo.

Avevo sette anni. Sette anni, eppure sembra una vita intera fa. Non è stato un giorno come gli altri, eppure c’era una calma inquietante in quello che stava succedendo, come se il mondo stesse cambiando senza chiedere permesso, senza avvisarmi. Non c’era pioggia. Sarebbe stato più facile se ci fosse stata. Se almeno il cielo avesse condiviso il dolore che sentivo. Invece, c’era solo il sole pallido di un pomeriggio d’inverno, e il rumore della TV in sottofondo, che sembrava voler far sparire il resto, quel resto che non riuscivo ad ignorare, a fermare. La voce di mia madre. Non l’avevo mai sentita così. Un suono che non apparteneva a lei. Un urlo che non era rabbia, era paura. Pura. Animale. E lui… lui che l’ha afferrata per il collo. Non con furia cieca. Con precisione. Come se volesse strangolare non solo lei, ma anche tutto ciò che eravamo. Non c’era sangue. Ma c’era un dolore così tangibile che ho sentito di non poter più respirare, di non poter più essere al sicuro, di non avere più un posto dove rifugiarmi.

Io, fragile come un fiore, mi sono rannicchiata dietro il divano. Sul pavimento. Il freddo del legno mi si è appiccicato alla pelle. L’odore del cuoio, della paura, dell’aria che non si muoveva. Tutto mi rimaneva addosso. Cercavo di coprirmi le orecchie. Di non sentire. Di non essere coinvolta. Forse pensavo che non sentirli mi avrebbe protetta, che bastasse chiudere gli occhi per fermare tutto. Ma non serviva. Il suono di quel dolore, quella rabbia che non mi apparteneva, era più forte dei miei tentativi. Si insinuava sotto la pelle. Consumava i pensieri. Non avevo parole per capire. Ma il mio corpo le sentiva. Le sapeva. Le viveva.

Non era un suono che andava via. Non c’era scampo. L’unico desiderio era che tutto finisse. Ma sapevo, nel profondo, che non sarebbe mai finito. Mi sentivo come se fossi intrappolata in un uragano che non faceva rumore, ma che faceva a pezzi ogni cosa intorno a me. Poi lui se n’è andato. Ed io sono rimasta, con l’eco di quelle grida che non smettevano mai di risuonare. Ma non se n’è andato davvero. Non quel giorno. Ha portato via la sua divisa. La sua pistola. Ed un pezzo di noi. Ed io sono rimasta sola, a cercare di capire cosa fosse successo, come qualcosa che sembrava tanto irreale fosse invece diventato il mio mondo. Eppure, tra quel dolore, c’era una sensazione più profonda che non riuscivo a spiegare. La sua assenza, il suo vuoto, mi schiacciava. Ma mi trovavo a cercare anche l’odore della sua pelle, quel ricordo che mi avrebbe mantenuta aggrappata a qualcosa che sembrava essere andato via. Per mesi ho dormito con il suo cuscino, tentando di trattenere un po’ di lui, di sentire qualcosa che mi rassicurasse, come se fosse possibile che lui fosse ancora lì. Ma non lo era. Non c’era più. E quel vuoto che sentivo mi consumava più di ogni altra cosa. Non c’era ritorno. Non c’era riparo. Eppure, nonostante tutto, cercavo di respirare. Ricordo che ogni angolo della casa aveva un peso diverso. La sua assenza sembrava aver preso il posto di tutto ciò che era stato nostro. Ed in ogni angolo, nei muri stessi, sembrava esserci una frattura che non sarebbe mai stata riparata. Ma il peggio, non era stato il giorno in cui lui se n’era andato. Era quello che era successo dopo. Quello che non potevo comprendere. Quello che non avrei mai potuto cambiare.

Il ricordo di quella scena mi ha segnato. Ma la sua ombra mi è rimasta dentro, come una parte di me che non posso mai più rimuovere, come se la violenza, quel gesto, avesse scritto qualcosa di indelebile dentro la mia pelle. Non so se per davvero posso spiegare cosa significasse essere quella bambina in quel momento, quella che non riusciva a capire, quella che si nascondeva dietro un divano, ma che sentiva ogni battito del cuore che veniva strappato via, come un sogno che non sarebbe mai tornato. Ed oggi, a distanza di anni, non c’è più il dolore di un corpo che scotta, ma c’è l’impronta di quella notte, di quelle grida, e di quella solitudine che non è mai più andata via. Rimane sospesa, nella mia mente, come qualcosa che non posso toccare, ma che mi abita comunque. Non è una cicatrice visibile. Ma è lì. E forse non sarà mai un ricordo che troverà pace, perché ogni volta che ci penso, mi sembra di non aver mai smesso di essere quella bambina, nascosta, fragile, che ha visto la fine di tutto e non ha trovato mai il coraggio di fermarsi. Un dolore che cresce, che si fa spazio, ma che non mi ha mai spezzato completamente.

Un dolore che vive dentro,
che è diventato il mio cammino,
senza fine.

INFANZIA.
Remember Me,
Eclipse

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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