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History & Places June 26, 2002 Views: 4 4 min read

Memorie di una boyscout.

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

Non so bene come iniziare. Le parole non arrivano mai subito, sono come un respiro che non si fa ancora spazio tra i pensieri. Si avvicinano, si fermano, ma non varcano mai davvero la soglia. Eppure, c’è un ricordo, uno che non riesco a lasciare andare. È una sensazione che si mescola all’aria fresca di una mattina di primavera, quando tutto era possibile e l’orizzonte sembrava non avere fine. La sensazione di correre, di sentire il vento tra i capelli, di essere più veloce del mondo. Più viva. Come se fossi una lupa, pronta ad inseguire il nulla, ma convinta che quel nulla fosse tutto. Erano tempi diversi, eppure ancora oggi quel ricordo mi sta addosso, non si è mai davvero staccato. Come una giacca che mi sta stretta, ma che mi rifiuto di togliermi. Le risate, il calore del fuoco che ci avvolgeva la sera, il rumore delle scarpe che schiacciavano le foglie secche durante le escursioni. Si vedeva il mondo in modo diverso, come se tutto fosse pieno di significato. Ogni passo, ogni parola, ogni gesto avevano un senso che oggi sfugge.

Ci insegnavano a leggere i segni del cielo, a capire la direzione del vento, a riconoscere la bellezza nei dettagli più piccoli. Ma erano solo giochi, o almeno così pensavo. Non vedevo la forza nascosta in quelle piccole lezioni. Come se la vita fosse una serie di esercizi da fare senza mai chiedersi il perché. Le risate si mescolavano alla paura, ma era una paura che ti spingeva avanti, che ti faceva affrontare l’impossibile senza fermarti mai. E c’era lei, Akela, la mia guida, quella che mi guardava con occhi severi ma che, alla fine, sapevo mi voleva bene. La sua voce era un punto di riferimento, sempre calma, sempre pronta a darti la spinta giusta al momento giusto. Sapeva, e io, che ero ancora troppo giovane per capire, pensavo che fosse tutto un gioco. Non avevo idea che mi stesse preparando a qualcosa che ancora non avevo visto.

A volte, quando la notte cala e la solitudine è più forte, ripenso a quei giorni. Alle piccole cose che mi sfuggivano allora e che ora mi colpiscono con una forza che non so spiegare. I suoni, gli odori, i volti di quei giorni, si fanno strada dentro di me come se il tempo non fosse mai passato, come se tutto fosse ancora lì, proprio accanto a me. Le memorie di allora non sono altro che frammenti, sprazzi di vita che ora si mescolano con altre storie, altre esperienze. Ma c’è qualcosa che rimane, un’eco che mi segue sempre. Un rumore lontano, che mi fa capire che anche nel silenzio c’è una risposta. Un battito di cuore che mi ricorda che la forza non è sempre evidente, che non sempre sappiamo dove ci sta portando la vita, ma che ogni passo, ogni piccolo gesto, ci segna in un modo che non possiamo prevedere.

Ogni volta che mi fermo a riflettere, mi accorgo che i pezzi di quel passato non sono mai spariti. Sono ancora qui, a farmi compagnia, a ricordarmi che la mia strada non è mai stata davvero mia. Che qualcosa di più grande ha sempre guidato i miei passi, anche quando non volevo ammetterlo. Ma forse è proprio questo il bello, no? Che alla fine, tutto si mescola in un’unica direzione, anche se non la vediamo subito. Ogni ricordo mi porta ad una domanda che non troverà mai risposta. Eppure, è lì, sospesa, che mi accompagna. C’è qualcosa di imperscrutabile in quei giorni, come se avessi visto un mondo che ora non riesco più a riconoscere. E mi domando, ogni volta: che cosa sarebbe successo se avessi scelto diversamente? Se avessi preso altre strade, se avessi ascoltato altre voci? Sarà la porta che si apre su un altro cammino da percorrere, anche se il sentiero non è mai chiaro, eppure continua a chiamare. Resta lì, sospesa, nel silenzio di un pensiero che non si è mai concluso, un respiro che non si ferma mai.

Innocence.
Remember me,
Eclipse

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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