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Matter & Spirit May 10, 2006 Views: 4 5 min read

Ritorno a me stessa

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

Il ritorno non ha mai avuto nulla a che fare con il tempo o con la distanza, non è mai stato un passo, né una linea tracciata da qualche parte sulla mappa. È un sussulto che ti prende dentro, un tremore che non si vede, un movimento sotterraneo che non lascia tracce ma che sradica ogni cosa. Ed io, oggi, sto tornando. Ma non sto tornando da un luogo. Sto tornando da me stessa. Da quella me che avevo lasciato indietro senza accorgermene, smarrita tra troppe ore che non avevano mai il sapore del presente. Ritorno senza gloria, senza applausi, senza alcuna certezza da esibire. Ritorno come si torna da un lungo sonno, con le ossa ancora intorpidite e il cuore che ha dimenticato il proprio ritmo. Ritorno in silenzio, mentre il mondo continua a muoversi come se niente fosse, eppure tutto è cambiato, perché sono cambiata io. Non ho più bisogno di dare nomi ai luoghi per sentirli. Parigi vive ancora in me, nonostante le sue strade non siano più sotto i miei piedi. Il suo odore resta ancorato alla pelle, i suoi suoni mi seguono come un’eco che non vuole tacere. Eppure, ora che sono altrove, ora che mi sveglio in un letto che conosco ma che sembra diverso, mi accorgo che il cambiamento è avvenuto nel modo più silenzioso possibile: dentro. Non so quando sia successo esattamente, forse in un giorno di pioggia, forse in uno di quei pomeriggi in cui il sole filtrava tra le tende e io avevo smesso di aspettare qualcosa. Forse nel momento in cui ho deciso che non volevo più fingere di avere tutto sotto controllo. Ho lasciato cadere quella maschera che portavo con tanta fierezza, quella che parlava al posto mio mentre io restavo zitta dentro. Aprile è ancora qui, ma lo sento allontanarsi. Il mio cuore è già proiettato in avanti, come se avesse trovato una nuova destinazione, una nuova stagione. Maggio, col suo profumo di inizio, con la luce che scalda senza bruciare, con quell’aria sottile che sembra suggerire che tutto può accadere. Maggio è la mia rinascita senza clamore, è il mese in cui ho smesso di aspettare permessi, è il momento in cui ho detto sì a me stessa. Cammino per strade note con occhi che non riconoscono più. Ogni dettaglio è nuovo, ogni gesto ha una densità che prima non percepivo. Non si tratta di tornare a vivere, ma di cominciare a farlo davvero.

Ho smesso di giustificarmi, ho smesso di raccontarmi storie in cui io ero sempre in secondo piano. La verità è che il tempo non fa sconti, e io non voglio più vivere in saldo. Ho preso lo spazio che mi spettava, l’ho riempito di respiri lenti, di silenzi pieni, di piccoli rituali che danno senso alle mie giornate. La lettura non è più un rifugio, è una sete. Ogni parola che incontro ha il sapore del necessario. Non leggo più per passare il tempo. Leggo per restare. Per rimanere dentro, ancorata a un mondo che mi appartiene e che, ogni volta, mi restituisce una parte di me. Le pagine non si girano più per abitudine, ma per fame. Fame di storie che mi nutrono, fame di voci che mi parlano in modi che nessuno ha mai saputo fare. E poi c’è il corpo. C’è la mia carne che reclama ascolto. Lo yoga è diventato il mio linguaggio segreto. Non lo faccio per apparire, non lo faccio per disciplina. Lo faccio perché mi serve, come mi serve l’aria. Perché ogni movimento è un ritorno dentro, ogni posizione è un piccolo altare dove posso finalmente inginocchiarmi davanti a me stessa. Non è egoismo, non è fuga. È una preghiera laica, un atto d’amore che non ha bisogno di spettatori. E mentre respiro, sento che la vita si restringe e si espande in un solo istante. Le mie mani si aprono senza più stringere nulla. Non ho bisogno di tenere, non ho bisogno di trattenere. Lascio che tutto scorra. Le cose più piccole, quelle che prima mi sembravano insignificanti, adesso mi riempiono. Il profumo del caffè, il suono dei passi nel corridoio, la luce che cambia colore sulle pareti. Sono dettagli, eppure sono tutto. La felicità non è una meta. È quella piccola vibrazione che senti sotto pelle quando smetti di cercare. È quel momento in cui ti rendi conto che non devi andare da nessuna parte. Che ci sei già. Maggio non è cambiato. Ma io sì. Non so come sia successo, non so se sia stata Parigi, la solitudine, la stanchezza, o quel giorno in cui ho guardato fuori dalla finestra e ho smesso di pensare al futuro come a un obbligo. So solo che ora vedo. Vedo tutto con occhi nuovi. E ogni cosa mi parla.

Non ho più bisogno di avere tutte le risposte. Non ho bisogno di sapere dove sto andando. Mi basta sapere che ci sto andando. Anche quando è buio. Anche quando ho paura. La mia vita non è perfetta. Ma è mia. È piena di crepe, di cicatrici che non guariranno mai. E va bene così. Perché quelle ferite mi tengono viva. Sono il segno che ci sono stata. Che ci sono. E mentre torno, mentre rientro in me, sento che qualcosa inizia a muoversi davvero. È come se il cuore battesse in un modo nuovo, più sincero. Non più per resistere, ma per restare. Per vivere. Per respirare. E se mi fermo un momento, se chiudo gli occhi e ascolto, sento il mondo che si muove con me. Non c’è fretta. Non c’è meta. Solo un fluire costante, un respiro che non ha bisogno di parole. Non so dove finirà questo viaggio. Non so se finirà mai. Ma so che adesso, in questo preciso istante, sto tornando. E che questo ritorno è tutto ciò che conta.

• Remember me,
Eclipse •

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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