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Journey & Time September 24, 2006 Views: 7 6 min read

Ritorno al Caos Immutabile

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

Le lancette non si fermano mai, continuano a divorare minuti, a graffiare le ore, a trascinare i giorni uno sull’altro senza pietà, come se il tempo fosse un predatore che non lascia scampo, eppure io resto immobile, con la penna tra le dita, con il respiro trattenuto, come se ogni parola scritta fosse l’unico modo per non essere inghiottita da tutto ciò che scorre via, come se questo gesto antico fosse l’ultima forma di resistenza rimasta, mentre fuori il mondo ricomincia a pulsare con la sua solita, ottusa continuità, io resto qui, inchiodata all’istante che mi ha presa in ostaggio, e da cui non riesco a fuggire, perché c’è qualcosa che mi tiene ferma, come se il mio corpo sapesse che non è ancora il momento di andare, come se ci fosse ancora qualcosa da sentire, da scrivere, da attraversare. Settembre non è mai solo un mese, è una cicatrice che si riapre ogni anno nello stesso punto, un taglio che non smette di bruciare, una soglia che non si supera mai del tutto, è l’eco dell’estate che si spegne con lentezza crudele, il colore della luce che cambia pelle, la temperatura che ti sfiora le ossa e ti ricorda che non sei immortale, che qualcosa sta finendo, anche se non sai bene cosa, e in quella sospensione ritrovo me stessa, come se tutto ciò che sono fosse rimasto impigliato nel vento di questi giorni che si assottigliano, che si sfilacciano piano, senza clamore.

Settembre è il ritorno alla forma, alla battaglia, al dovere che si reincarna in ogni gesto, è il mio esercito silenzioso che si riorganizza attorno a una scrivania che diventa trincea, con ogni foglio come un fronte, ogni parola come una strategia, ogni progetto come una linea da superare, e io non sono più una donna, ma un’unità di resistenza, un nodo che non cede, una promessa di ordine nel caos che insiste a reclamarmi, la guerra è questa, non quella fuori, ma quella dentro, contro la polvere che si deposita nei pensieri, contro le voci che dicono che è tutto inutile, contro il buio che sussurra che non ne vale la pena. Non mi nascondo, non più, ho scelto di scrivere obiettivi con inchiostri vivi, con colori che gridano, che sporcano, che invadono la carta con la mia urgenza, perché non voglio più confondermi con le ombre che si allungano nei corridoi delle giornate, voglio restare visibile, feroce, viva, e anche se nessuno guarda, anche se nessuno ascolta, ogni parola è una bandiera piantata nella terra della mia esistenza, ogni scelta è un rifiuto di scomparire, anche nel silenzio. E mentre tutto questo accade, il mondo resta lì, al di là della finestra, in quel cortile che conosco a memoria ma che oggi brucia con una luce diversa, più spessa, più profonda, come se il tempo stesso avesse deciso di rivelarsi in tutte le sue sfumature, e io non ho paura, no, ho solo quella calma tremenda che appartiene a chi ha già conosciuto la tempesta, quella pace che non è serenità, ma consapevolezza, quella resa lucida che ti permette di guardare ogni cosa per ciò che è, senza illusioni, senza ripari. Ho ricominciato a lavorare, ma non è lavoro, è una forma di sopravvivenza, un’architettura di senso che costruisco pezzo per pezzo, anche se ogni mattone pesa, anche se ogni piano rischia di crollare, perché questa è la mia unica certezza, l’unica alleanza che non mi ha mai voltato le spalle, è il mio rifugio e la mia condanna, la mia dedizione e il mio veleno, e lo so, lo sento, che questa struttura che erigo ogni giorno non serve a salvarmi, ma almeno tiene lontano il disordine, almeno dà un nome alla mia resistenza. Continuo a riempire spazi, a sovrapporre idee, a delineare percorsi che forse non seguirò mai, ma che esistono, che respirano, che mi tengono in piedi, e in tutto questo sento l’eco di qualcosa che manca, qualcosa che sfugge, un vuoto che pulsa appena sotto la pelle, come una nota stonata che non smette di vibrare, e non so da dove viene, ma so che è lì, che vive con me, che si sveglia quando mi sveglio e tace quando dormo, ma che non se ne va mai.

Ogni volta che mi fermo, quella sensazione si fa più nitida, come una stanza buia in cui improvvisamente si accende una luce fioca, non abbastanza forte per vedere tutto, ma sufficiente per sapere che qualcosa si muove, qualcosa mi chiama, e io continuo a rispondere, anche senza sapere a cosa, anche senza capire davvero il significato, perché forse non c’è significato, forse è solo questo, il senso stesso dell’andare avanti, il non sapere, il continuare nonostante tutto. La pianificazione mi illude, mi convince che ci sia un ordine, che ci sia una logica, ma poi la realtà scivola sempre da un’altra parte, si spezza, si frammenta, e io raccolgo quei pezzi, li guardo, li incastro come posso, senza pretese, senza finale, senza armonia, perché la vita non è una sinfonia, è un suono costante, irregolare, pieno di crepe, e in quelle crepe io metto le mani, cerco, esploro, trovo frammenti che mi somigliano e li custodisco, anche se fanno male. Questo è settembre, il mese in cui si torna a respirare con fatica, in cui ogni gesto pesa, ma ogni passo ha il sapore del ritorno, non al punto di partenza, ma a qualcosa che somiglia a una direzione, a un richiamo che non si può ignorare, e io ascolto, anche quando non capisco, anche quando tutto intorno tace, ascolto il battito della mia volontà, che è l’unica cosa che non ho mai tradito. E mentre cammino dentro tutto questo, sento che qualcosa si sta ricomponendo, ma non si chiude mai del tutto, resta aperto, come una ferita che pulsa sotto la pelle, come una porta che sbatte col vento, come una pagina che si volta da sola, anche se non volevo ancora leggere, ed è lì, in quel margine sospeso, che trovo la mia verità più cruda, quella che non consola, quella che non salva, ma che tiene in vita. E allora scrivo, non per concludere, non per spiegare, ma per trattenere, per ancorare l’istante prima che svanisca, per imprimere il fuoco prima che si spenga, perché tutto ciò che resta è ciò che si scrive, e tutto ciò che si scrive è ciò che non si può dire, ciò che non ha voce ma ha carne, ciò che non ha fine ma ha forma, e io sono qui, tra queste righe, tra questi respiri interrotti, tra queste ferite non cicatrizzate.

E mentre la pagina si riempie, il respiro rallenta, ma non si ferma, e qualcosa dentro di me si chiude appena, come una porta accostata, non per lasciare fuori, ma per lasciare entrare chi sa ascoltare il silenzio che viene dopo le parole, quel silenzio che non dice addio, ma resta, sospeso, in attesa, vivo.

• Remember me,
Eclipse •

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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