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Networks & Codes February 3, 2005 Views: 4 6 min read

Specchi dell’anima rubati

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

Esistono sguardi che non incontriamo mai davvero, ma che si annidano invisibili, silenziosi, come ombre dietro ogni angolo della nostra vita. Ci scrutano senza sosta, raccolgono frammenti di noi che nemmeno sappiamo di aver lasciato cadere, pezzi di identità sparsi come polvere nell’aria. Ci giudicano senza pietà, senza misericordia, clonano le nostre immagini come se fossero materiali da assemblare, da smontare e rimontare a piacimento. E noi, spettatori senza voce, siamo davvero liberi di sfuggire a quel riflesso? Quel doppio, quell’eco distorto che ci segue come un’ombra fedele, ma estranea? Il corpo si muove, la mente oscilla tra consapevolezza e smarrimento. Oggi la giornata è scivolata via come acqua sottile tra le dita, un fluido impossibile da trattenere, una corrente che non si lascia afferrare. La pelle è fredda, ma non per il gelo dell’aria: è un gelo che viene da dentro, da un pensiero costante, una presenza invisibile ma opprimente che si insinua e non lascia respiro. Qualcuno, là fuori, sta raccogliendo brandelli di me senza permesso, senza sguardo. Fotografie rubate, non scelte, immagini che scorrono senza il mio consenso, parole che raccontano una storia che non è la mia, scritte da mani estranee. «Chi sei tu, ombra che mi sottrai l’essenza?» è una domanda che resta sospesa, non ha risposta, si perde nel vuoto. Ho cercato di vedere, di capire. Ho provato a varcare la soglia di quel luogo oscuro, il forum che custodisce la mia immagine, ma ogni tentativo è stato fermato da un muro invisibile: un blocco, un rifiuto. Il mio accesso negato come fosse un diritto cancellato con un gesto. Ironico, paradossale: io sono il soggetto, eppure non ho il controllo sulla mia stessa rappresentazione. Questa sera la candela sul tavolo trema con una luce incerta, un gioco di ombre che danza sul muro. Il profumo caldo di cera che si mescola con tracce di arancia e cannella, ricordi di un Natale appena passato, riempie l’aria ma non scalda il cuore. La stanza è fredda, spoglia, eppure quel senso di essere osservata non si dissolve: sono protetta da una fragile barriera di vetro e cemento che sembra più una prigione.

Un sorso d’acqua minerale, fresca e pura, lascia una scia metallica sulla lingua. Quel gesto semplice è il contrappunto al tumulto che abita la mente, un contrasto netto tra la quiete apparente e la tempesta interna. Intorno a me, tutto si riflette nello schermo spento del computer: appunti sparsi, libri consumati, fotografie abbandonate in attesa di essere incorniciate o forse di trovare un senso. Il mio volto si specchia lì, intrappolato in un limbo sospeso tra il reale e il digitale, tra ciò che sono e ciò che appare. Forse quella ragazza riflessa sente lo stesso, lo stesso spaesamento, la stessa divisione. Mi immergo nei pensieri: chi è davvero chi agisce dietro quel forum? È una mente ossessionata, un’anima solitaria che tenta di riempire un vuoto? Oppure è solo un gioco crudele di potere e controllo? L’idea che tutto sia un labirinto di specchi senza uscita si insinua con forza. Come si può difendere ciò che non si vede, ciò che si è perso nel silenzio, negli angoli nascosti dell’anima? Il confine tra ciò che siamo e ciò che gli altri pensano che siamo diventa labile, sfumato, quasi invisibile. Si frantuma in mille pezzi sparsi, ricostruiti da mani estranee, da sguardi senza volto. L’identità si sgretola e si ricompone in forme che non riconosciamo, in maschere imposte che ci calano addosso senza permesso. È possibile proteggersi? O siamo tutti destinati a diventare spettatori delle nostre stesse vite spezzettate? In mezzo a tutto questo, oggi si è aperta una breccia inaspettata. Una giornata che ha portato con sé un fremito di novità, un’eco di possibilità. Un’opportunità professionale che ha acceso un barlume di interesse in me, un ruolo nel controllo qualità di smeraldi e diamanti, un compito che richiede precisione, attenzione, quella cura meticolosa che ho sempre cercato di coltivare in silenzio, lontana da sguardi troppo curiosi. Il colloquio si è svolto in un’atmosfera di osservazione reciproca, e ho notato come il mio aspetto abbia attirato più attenzione di quanto avessi previsto. Non per vanità, non per vanagloria, ma per quella consapevolezza che la presenza ha un peso, un’energia che si propaga anche senza parole.

Ho osservato i loro sguardi, i piccoli gesti traditori di una sorpresa non detta, il modo in cui si accendevano gli occhi davanti a una figura che forse non si aspettavano. E io, in quel momento, ho sentito la strana sensazione di essere un enigma, un mistero che non è ancora stato decifrato. Sono stata lì, sospesa in quell’attimo, consapevole che la mia realtà è fatta di molteplici livelli, di maschere e ombre che si sovrappongono senza soluzione di continuità. Non esiste un confine netto tra ciò che mostro e ciò che custodisco. La mia vita si dipana in un fluire continuo, senza pause, senza fermate. Le emozioni si mescolano senza filtro, il dolore si intreccia con la bellezza effimera di ogni istante, senza alcuna promessa di compimento o sollievo. La scrittura è la mia ancora, il respiro che mantiene viva quella fiamma che arde dentro, una fiamma fragile ma incessante, un faro nel buio dell’incertezza. Eppure, non cerco risposte definitive. La mia ricerca è il continuo muoversi di un pensiero che non si arresta mai, un cammino senza meta che si alimenta della stessa incompletezza che vorrebbe spiegare. La scrittura si fa viaggio e non arrivo, racconto senza fine, esisto nel flusso di parole che mi attraversano come un fiume impetuoso, senza mai fermarsi. C’è uno spazio vuoto in ogni frase, una mancanza che è il cuore pulsante di ciò che dico. È quella sospensione che apre una porta socchiusa, un invito silenzioso a entrare e perdersi nel mistero di ciò che resta non detto. La scrittura si chiude come un respiro lento, un arresto temporaneo che lascia l’eco di un silenzio abitato, di un respiro che continua a farsi strada, invisibile ma presente, insistente. Il cerchio si chiude senza mai chiudersi davvero, la ricerca riprende il suo cammino senza fine, un’eco che risuona nell’infinito, un passo che conduce ad un altro passo, sempre più avanti, sempre più dentro. Così continuo, così prosegue la mia vita, la mia scrittura, il mio gioco senza fine, un respiro che non smette mai di cercare.

Remember me,
Eclipse

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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