Svelamenti Amorosi
C’è un rumore che ritorna, sempre uguale, sempre diverso. Un colpo secco, ritmico, che si insinua nei miei pensieri come il battito lento di un cuore stanco. È il coltello sul tagliere. Un movimento ripetuto, ostinato, che fende la polpa rossa di un pomodoro, l’anima bianca di una cipolla, la fragilità dell’aglio. Non c’è pace in questo gesto, solo una tensione muta che si annida tra le lame, tra le dita, tra le cose che non riesco a dire. Il basilico, con la sua fragranza verde e spavalda, cerca di nascondere qualcosa. Ma l’odore del dolore è più forte. Si attacca alla pelle, come la paura. Due settimane. Quattordici giorni scanditi da notti vuote, da risvegli in cui la realtà si è fatta tagliente, tagliata come il pane vecchio. T. ha una ragazza. Le sue parole non hanno tremato, la sua voce era piatta, liscia come l’acciaio di una lama. Non c’era colpa, non c’era esitazione. Solo la crudeltà della verità nuda, senza veli, senza carezze. Il tempo si è fermato lì, in quella frase. Tutto il resto è venuto dopo, come un’onda che si abbatte e poi si ritira lasciando solo detriti. Io sono rimasta nel mezzo. E non ho più trovato l’equilibrio. Mi sono fermata. Il coltello in aria, sospeso, come se il mondo potesse rompersi da un momento all’altro. Le foglie del basilico brillano di una luce innaturale, come se sapessero. La semplicità delle cose mi ferisce più di ogni parola. La primavera bussa alle finestre con la sua prepotenza dolce, ma dentro di me è ancora inverno. E forse lo sarà per molto. La rinascita degli altri è una condanna per chi resta indietro. Mi siedo. Le mani fredde, le spalle rigide, la schiena spezzata da un silenzio che non trova via d’uscita. L’aria non entra. Resta lì, a metà gola, come un grido che non ha mai imparato a diventare voce. Quando penso a T., il corpo si contrae. È un dolore che non ha bisogno di spiegazioni. Non ha bisogno di ferite visibili. Ieri l’ho visto. Rideva. Una risata che un tempo mi apparteneva, che era mia, solo mia. Ora è di un’altra. Di lei. La sconosciuta che ha preso il mio posto senza saperlo. Non le posso rimproverare nulla, eppure la odio con la calma glaciale di chi ha perso tutto senza averlo mai davvero avuto.
La luce nella stanza è fioca. Una penombra malinconica abbraccia le pareti, si insinua tra gli oggetti, scolpisce la polvere e le crepe. Fuori, i rami nudi degli alberi cercano il cielo come mani disperate. La pace non arriva. Solo un rumore sordo dentro, una vibrazione continua che non mi lascia mai. Eppure continuo a ricordare. Continuo a torturarmi. Una sera d’autunno, il parco, io e T. La voce leggera, gli occhi limpidi. Le nostre parole cadevano come foglie, leggere, perfette nel loro essere inutili. Credevo fossero eterne. Ma ogni leggerezza nasconde un peso. Ogni bellezza un’illusione. Il tempo mi scivola addosso. Non riesco a controllarlo, non riesco a domarlo. È egoismo, questo mio stare male? Forse sì. Forse volevo che restasse mio anche quando non lo era. Forse ho costruito castelli con la sabbia dell’ingenuità. Mi sono aggrappata a un’idea, a un affetto che non aveva nome. E ora non riesco a lasciarlo andare. Come un bambino che stringe tra le mani un giocattolo rotto, io stringo il ricordo di qualcosa che non è mai stato reale. Ma che per me lo era. Ed è questo che fa più male. La mia verità che si scontra con la sua indifferenza.
Mi alzo. Apro la finestra. L’aria fredda mi investe, entra nella pelle come una lama sottile. C’è odore di terra, di fiori che non ho chiesto, di cose che nascono anche se nessuno le guarda. La sincerità della natura è violenta. Non chiede il permesso, non si scusa. Esplode. E io resto lì, a guardare. Come un’estranea nel mio stesso corpo. Il cielo si tinge di rosso, un rosso denso, carico di presagi. C’è qualcosa di irreparabile nell’orizzonte che cambia. Qualcosa che si spezza e non si può ricomporre. Ogni giorno ripeto a me stessa che passerà. Che prima o poi non farà più male. Ma sono bugie sussurrate solo per sopravvivere. La verità è che ci sono dolori che si addomesticano, ma non se ne vanno. Restano in agguato, come animali feriti pronti a mordere quando meno te lo aspetti. E allora scrivo. Scrivo per non urlare. Scrivo perché è l’unico modo che ho per esistere. Per rimanere attaccata a qualcosa. Le parole sono i chiodi che mi tengono al muro. Ogni frase è una ferita aperta, ma anche un punto d’appoggio. E io ho bisogno di entrambi. Del dolore e della resistenza. Non c’è redenzione in quello che provo. Non c’è giustizia. Solo una lenta accettazione che non ha il sapore della pace, ma quello dell’abitudine. E intanto vivo in questo spazio vuoto, in questo margine tra ciò che era e ciò che non sarà mai. In quell’istante eterno in cui le cose cambiano senza che tu te ne accorga. Mi mancano troppe cose per riuscire a elencarle. E non c’è nulla che possa colmare quel vuoto. Solo la scrittura. Solo il gesto ostinato di mettere in fila parole che non risolvono ma tengono in piedi.
La cucina è ancora lì. Gli odori si sono mescolati, hanno invaso la stanza, hanno preso il sopravvento. Non c’è più nulla da tagliare, ma continuo a sentire il rumore del coltello. È dentro di me, come un’eco, come un ricordo che non vuole svanire. Anche adesso che ho smesso. Anche adesso che tutto è fermo. C’è una porta aperta in fondo alla mente, da cui entra il vento della memoria. Non so chiudere. Non so lasciar andare. Ma continuo a camminare. Continuo a scrivere. È così che sopravvivo. Il silenzio ora è più denso. La luce più tenue. Resta solo la sospensione di ciò che non è stato detto. Di ciò che non sarà mai. E il passo successivo, come sempre, ancora non so dove porta.
THE END.
Remember me,
Eclipse
Why?
Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.