Capodanno, l’eco del silenzio
La notte si stende su di me come un manto freddo, eppure portatore di una strana, familiare compagnia. Capodanno arriva con il suo carico di attese e frastuono, ma io scelgo il silenzio. Non per rifiuto, né per fuga dal mondo, ma perché in quel vuoto tra un secondo e l’altro, nel respiro sospeso prima del conto alla rovescia, si nasconde qualcosa che nessun brindisi potrà mai raggiungere. È lì che decido di essere, lontana dal rumore, dove il tempo si frantuma in piccoli dettagli, e tutto ciò che resta è l’essenza di ciò che sono. La musica classica scivola leggera, senza imporre, senza distrarre. Una candela, piccola e tremolante, diffonde un profumo di cera sciolta che si mescola al tatto delle pagine ingiallite del libro accanto a me. Parla di spazio e tempo, di universi lontani e di eternità misurata in frazioni di secondo. È quasi ironico, pensare che in questa notte in cui tutti celebrano il tempo che passa, io mi perda a riflettere proprio su quanto questo scorra, invisibile, inesorabile, eppure sfuggente come un’ombra tra le dita. La cena è semplice, quasi rituale. Un risotto alla milanese, il suo profumo che si diffonde lentamente, e un bicchiere di acqua gassata aromatizzata alla rosa, così delicata da sembrare un contrasto con l’intensità del resto. Il suono netto del coltello che taglia il pane è un battito, un segno di presenza che accompagna il mio pensiero. Nessuna parola superflua, nessun gesto inutile: ogni movimento è calcolato, preciso, come il respiro stesso che mi tiene viva in questa solitudine scelta. Mi alzo e mi avvicino alla finestra, dove il vetro è freddo e la città appare come un mare di luci increspate da ombre profonde. Chiudo gli occhi per un attimo, cercando le stelle che immagino nascoste dietro il cielo coperto. Il silenzio della notte mi riporta alla domanda che non voglio formulare a voce alta, perché non ha bisogno di parole: quale senso ha questo rito collettivo che ci tiene prigionieri a un numero che cambia sul calendario?
Un lampo rosso squarcia l’oscurità: un petardo esplode lontano, e per un attimo la strada vuota si illumina di quella luce improvvisa. In quel breve bagliore, mi sento piccola, insignificante forse, ma incredibilmente viva. Penso a quegli scienziati che smontano tutto con la loro logica spietata, che riducono emozioni, paure, attese a formule e leggi immutabili. Ma io non sono loro. Vivo per ciò che sfugge alle equazioni: il fruscio del vento tra gli alberi, il riflesso incerto delle luci nei miei occhi, il tremito di una fiamma che resiste. Mi ritiro nel mio angolo, di nuovo tra le pagine del libro. Le parole mi avvolgono e mi provocano, mi chiedono di confrontarmi con me stessa, di non scappare. La solitudine, sento, non è solo un destino imposto, ma una scelta potente. Quando la accetti, diventa libertà. Quando la subisci, è prigione. E questa notte, alle dodici esatte, il mondo intero urla il nuovo anno, ma io resto immobile. Non alzo il bicchiere, non urlo. Osservo la candela, la sua fiamma incerta che vacilla, quasi stanca, e poi si rialza, ostinata e silenziosa. Quel movimento, quella resistenza, racconta più di mille parole. Iniziare un nuovo anno non è un atto magico o una conquista, ma un invito: un invito a perdersi nel vuoto, a riempirlo con ciò che conta davvero, a ricominciare senza aspettative, senza certezze. Il silenzio che scelgo è un abbraccio fragile e potente, una voce che parla senza rumore, una tregua nel caos. Non è un’assenza ma un luogo dove ritrovo me stessa. Il vuoto non è paura, è spazio. La notte non è solitudine, è compagnia. E mentre tutto intorno si perde in grida e scintille, io respiro quel silenzio, lo accolgo, lo faccio mio, e lascio che il tempo scorra, lento e invisibile, dentro di me, come un respiro che non vuole finire, che non si arrende, che non smette mai di cercare.
La scrittura diventa allora un ponte sospeso tra ciò che è e ciò che non sarà mai. Ogni parola è un passo, ogni frase un respiro. Non c’è fine, solo un continuo fluire, un movimento che non si arresta mai. È la ricerca dell’incompleto, il peso del non detto, la bellezza di un pensiero che si espande e si ritrae, che accende e spegne, che si perde nell’ombra e ritrova luce. Il mondo dentro e fuori si confondono, diventano un’unica danza di luci e ombre, di sensazioni e ricordi, di silenzi e rumori. Non c’è conclusione, non c’è risposta, solo il cammino che si fa strada nella notte, un cammino che si apre e si richiude come una porta socchiusa, lasciando passare un filo di luce, un soffio di vita, un respiro che si interrompe per poi ricominciare, sempre, senza mai fermarsi davvero. La scrittura è questo: un continuo risveglio, una voce che non tace, un’esistenza che si racconta senza fine, sospesa tra il peso di ciò che rimane e la leggerezza del possibile. Il vuoto è casa, la solitudine è spazio, la notte è tempo. E mentre il mondo si perde nei suoi festeggiamenti, io accolgo quel vuoto come un dono, una ferita aperta che pulsa, una cicatrice che racconta più di mille sorrisi. Nel silenzio scelto c’è tutta la vita che scorre, tutta la verità che non si dice, tutto ciò che resta, sospeso, incompiuto, eterno. La fiamma della candela continua a tremolare, testarda, come il respiro di chi non smette mai di cercare, di sentire, di essere.
Remember me,
Eclipse
Why?
Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.