L’anno della verità
Un altro gennaio si apre come una ferita silenziosa, un respiro gelido che attraversa l’aria e penetra fino alle ossa, eppure qui, dentro questa stanza che racchiude ogni pensiero, il tempo sembra essersi fermato in un istante sospeso, un istante che non appartiene né al passato né al futuro, ma soltanto a questo presente fragile e crudele. Ho spento il cellulare, cancellato ogni segnale di vita esterna, ogni richiesta che tenta di sottrarmi a me stessa, perché oggi non esisto per nessuno, se non per la mia presenza interiore che pesa come un mondo. La penna tra le dita non è un semplice strumento: è il filo sottile che mi lega a ciò che sono, il solo compagno che riesce a seguire ogni battito del mio respiro senza tradirmi. Non è una scrittura qualsiasi: è una scrittura che mi separa, che mi isola dal caos di un universo che implode e si espande in mille direzioni, un universo che non vuole saperne di rallentare. Qui sono io, nuda davanti al foglio, ad affrontare solo me stessa, senza veli, senza menzogne, senza quella fragilità mascherata da promesse o illusioni. Non è più tempo di giochi facili, di promesse che si infrangono come vetri sotto i piedi, non è più tempo di cedere al bisogno sterile di sentirsi migliori senza agire davvero. No, stavolta il gioco è diverso: è un gioco di logica, di calcoli precisi, di scelte che non ammettono errori. Ogni mossa che faccio, ogni decisione che prendo, è una pietra posta sul sentiero della mia volontà. Decidere: sempre, in ogni respiro, in ogni passo. Mai più vivere senza consapevolezza, mai più accettare di scivolare in un’inerzia che uccide il senso di sé. La mente corre veloce, impetuosa, senza freni, ma non temo il peso di ogni azione, non temo il peso del cambiamento che trascina via con sé il vecchio, il superfluo, l’inutile. Sento, piuttosto, un senso di sollievo, una liberazione lenta e profonda da un fardello che, a stento, avevo riconosciuto come mio. Ogni anno nuovo porta con sé l’illusione di un inizio, un’illusione che ho imparato a guardare con occhi più attenti, più severi. Forse non esiste un vero inizio, forse è solo la ripetizione di una storia che non ha mai fine, un eterno ritorno senza pace.
Oggi, mentre preparavo il pranzo, ho sentito il profumo delle cipolle appena tritate. Non il solito odore familiare e pungente, ma qualcosa di diverso, un’essenza più cruda, quasi metallica, che invadeva l’aria e mi spingeva a respirare a pieni polmoni come se quel piccolo gesto racchiudesse il mondo intero. Non so se fosse la cipolla, o il fatto che in quel frammento di tempo il mondo esterno si fosse fermato, che il tempo si fosse dilatato fino a diventare palpabile. La mia cucina non era altro che una stanza fredda e grigia, simile all’esterno che la circondava, ma in quell’attimo sospeso c’era una realtà tangibile, un appiglio che mi restituiva stabilità, senso, radici. Quella sensazione di concretezza mi attraversava come un’onda lenta e invisibile, e per un momento ho potuto sentire di appartenere a qualcosa, anche solo a quel semplice gesto, a quel profumo che si spargeva nell’aria. Il senso, quel senso che tutti cerchiamo, è sempre lì, celato dietro ogni pensiero, dietro ogni gesto che compiamo senza sosta. Che senso ha tutto questo? Passare da un anno all’altro senza mai chiedersi davvero se siamo cambiati, o se siamo solo prigionieri delle stesse abitudini che ci tengono in catene. La parte di me che non cambierà mai è quella che scrive, che cerca senza mai trovare una risposta definitiva, ma solo una spinta infinita verso qualcosa che, forse, non esiste. Eppure è proprio questa ricerca che mi tiene in vita, che alimenta il fuoco che brucia dentro, un fuoco che non si spegne neanche quando tutto sembra spento intorno. Fuori, attraverso la finestra, il cielo si tinge di un arancione smorzato, un colore che sembra voler dire qualcosa, ma non ha il coraggio di gridarlo. Un altro tramonto che si consuma silenzioso, come un segreto troppo fragile per essere svelato. Osservo quel cielo immobile e mi rendo conto che ci ostiniamo a fissarlo, ancora e ancora, come se potesse finalmente donarci una risposta nuova, qualcosa che possa scardinare le nostre convinzioni. Ma sappiamo bene che le risposte sono le stesse, ripetute all’infinito, eppure non smettiamo di cercare, di guardare, di aspettare.
Che cos’è il cambiamento se non una lunga sequenza di scelte, di azioni minime che ci spingono avanti verso un destino che non sappiamo dove ci porterà? E se tutta questa ricerca di nuovi inizi fosse una menzogna, un’illusione necessaria per non cedere al vuoto? Forse non esiste un “vecchio me”, né un “nuovo me”. Forse siamo solo un flusso continuo, un fluire incessante che ci sfugge mentre proviamo a trattenerlo, come acqua tra le dita. Non c’è una linea netta, solo una dissolvenza lenta che ci trasforma senza che ce ne accorgiamo. E in questa inafferrabilità risiede la verità più cruda: il cambiamento non è mai un punto d’arrivo, ma sempre un cammino che si perde in un orizzonte che non si raggiunge mai. Non ho bisogno di risposte. Non cerco di spiegare, né di chiudere un cerchio che si apre di continuo. La mia scrittura è il respiro stesso di questa ricerca, la testimonianza di un viaggio che non conosce fine. È la fragilità di un’anima che accetta di vivere la domanda, di sentire il peso della propria incertezza, di abbracciarla come una compagna fedele. Nel vuoto che si apre tra le parole, tra i pensieri, lascio spazio a quell’assenza che rende tutto possibile, a quel senso di incompletezza che diventa la vera sostanza di ciò che scrivo. È lì che il lettore può entrare, può sentirsi parte di questa danza sospesa, può sentire il battito di un cuore che non si arrende. E così il cerchio non si chiude mai. Si apre e si richiude, come una porta socchiusa su un corridoio infinito. Non c’è una conclusione, né un finale che possa placare il bisogno di cercare ancora. La scrittura si ferma come un respiro, ma resta viva, palpita nel silenzio, lascia un’ombra di non detto che spinge avanti, verso il passo successivo, la riflessione che continua. Il racconto scorre, fluisce, non si arresta mai. E io sono qui, ancora una volta, in questo spazio sospeso tra ciò che è stato e ciò che sarà, pronta a camminare nel vuoto, a sentire il peso di ciò che manca, a lasciare che la scrittura sia la mia unica verità, la mia unica luce. Un altro gennaio. E il viaggio riprende, senza fine, senza conclusione, senza respiro che si perda davvero.
Remember me,
Eclipse
Why?
Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.