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History & Places July 31, 2004 Views: 4 4 min read

Giornate ardenti, notti eterne

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

Il sole non scende. Si dissolve. Lentamente. Si sfilaccia nei riflessi delle vetrine chiuse, si arrende nei contorni delle ombre che si allungano senza fretta, si spegne come si spegne un amore che non ha fatto abbastanza rumore per farsi ricordare. Ma il calore resta. Si incolla alla pelle, si aggrappa alla memoria, si annida nei punti più fragili di un corpo che ha smesso da tempo di fidarsi del tempo. Alassio, in estate, non è una città. È una visione febbrile, un dipinto che sanguina colori troppo saturi, troppo vivi, troppo veri per non ferire. È un luogo che non si lascia possedere, che si concede solo a chi non vuole trattenerlo. Un respiro che non si può trattenere, un nome che si pronuncia piano per non romperne l’incantesimo. Cammino. Non per arrivare, ma per sentire. Le pietre calde sotto i piedi, le voci che si rincorrono tra i tavolini, la vita che pulsa nei dettagli: il bicchiere dimenticato sul muretto, una bicicletta inclinata contro il muro, il profumo del basilico che si infila tra i capelli come un ricordo d’infanzia. La focaccia si sbriciola sulle labbra come se fosse la cosa più vera che posso toccare. Tutto è troppo vicino, troppo presente. Eppure sento una distanza. Una sottile linea invisibile tra me e quello che vedo. Come se stessi vivendo un sogno da cui non posso svegliarmi. Come se fossi qui, ma solo a metà. Le onde non parlano. Respirano. Una voce antica, ciclica, che si ripete da sempre, uguale e diversa. Mi siedo sulla sabbia che conserva ancora il calore del giorno e resto lì, immobile, a guardare il confine tra il cielo e il mare che si sfilaccia nel buio. Le luci si accendono piano, una alla volta, come se avessero paura di rompere il silenzio. I lampioni riflettono sull’acqua come frammenti d’oro, e per un istante, tutto sembra fermarsi.

E io, dentro questa pausa sospesa, sento qualcosa che si apre e si richiude, come una ferita che non ha smesso di pulsare. Il cielo si riempie di stelle, ma non brillano. Bruciano. Sono fuochi lontani che mi guardano senza pietà, che mi ricordano tutto quello che ho lasciato andare, tutto quello che ho finto di dimenticare. C’è una verità in quel cielo, ma non è una risposta. È un taglio. Una lama sottile che separa ciò che ero da ciò che sono diventata. E in quel taglio ci abito. Alassio non è un luogo. È una soglia. Un confine mobile tra l’attesa e l’addio. Un punto preciso in cui qualcosa finisce ma non muore, resta lì, sospeso, come un battito trattenuto. Questa città non promette nulla, ma fa male come se l’avesse fatto. E io, che non ho mai saputo restare, mi aggrappo a questo frammento di eternità sapendo che domani sarà già troppo tardi. Le voci intorno si fanno più basse, più distanti. L’umidità risale dalla sabbia e si infila sotto la pelle, dove nessuno può vederla. Mi alzo, lentamente, come si esce da un sogno troppo bello per essere vero. Non c’è nessuno da salutare, nessun motivo per restare, ma ogni passo è una resistenza, un rifiuto. L’aria ha il sapore salato di ciò che non torna più. Il mare, intanto, continua a respirare.

Cammino ancora, senza meta, lasciando che le luci della città si spengano una dopo l’altra. Ogni luce che si spegne è una possibilità che svanisce. Ma non ho paura del buio. È nel buio che trovo la parte più vera di me. Quella che non ha bisogno di spiegazioni, quella che non cerca più consolazione. La parte che scrive, che sente, che sanguina ogni volta che ama, ma non smette mai di amare. Alassio rimane alle mie spalle come un nome sussurrato nella notte, come un segreto che nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce. Ma io lo porto dentro, ovunque vada. Come si portano le cicatrici: non per ricordare il dolore, ma per non dimenticare la bellezza. E così me ne vado. Non perché voglia. Ma perché devo. Perché ogni luogo che ci tocca davvero, ci rifiuta subito dopo. Non si lascia possedere. Rimane solo nell’eco di ciò che è stato, nel vuoto che lascia dietro di sé. E dentro quel vuoto io continuo a scrivere.

• remember me
• Eclipse •

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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