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Journey & Time August 11, 2004 Views: 4 5 min read

Tra stelle cadenti e sogni sussurrati

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

Il cielo è un manto di enigmi, una pelle ruvida che non si lascia accarezzare, un labirinto che si apre sopra di me senza promessa di uscita, e ogni stella che cade porta via qualcosa che non so nominare, un lembo di pelle, un battito rimasto indietro, un pensiero che non ho finito di pensare. Il buio è denso, è vivo, mi avvolge senza chiedere il permesso e io non mi difendo. Resto ferma, sulla spiaggia, seduta su una stuoia che punge come i ricordi, che sa di salsedine antica, di vento che graffia ma non lascia sangue. Il mare davanti a me non è più solo un orizzonte, è una memoria liquida, una creatura che respira piano, che non chiude mai gli occhi. Di notte ha un odore diverso, più sottile, come se si vergognasse di mostrarsi davvero. Non è l’arroganza del sale che conosci di giorno, è un sussurro di legno bagnato, di corde fruste, di barche stanche. Le onde arrivano lente, e poi si ritirano senza fretta, come mani che hanno toccato troppo e ora non vogliono più trattenere nulla. Ogni suono è un’eco, ogni movimento una preghiera non detta. Sopra di me, il cielo si riempie e si svuota allo stesso tempo. Le stelle sono infinite, ma mai abbastanza. Sono briciole che qualcuno ha gettato nell’oscurità per non sentirsi solo, eppure la solitudine resta. Una scia luminosa attraversa la volta nera, si spegne subito, ma lascia una scia anche in me, come un graffio che non guarisce. Non serve che duri più a lungo: basta un attimo per accendere qualcosa che brucia e non illumina.

E i desideri… quelli non muoiono mai, si nascondono nei silenzi, nelle pause, nei sospiri che nessuno sente. Alcuni sono superficiali, li indossi come un vestito che si lava e si cambia. Altri ti abitano, ti scavano, ti tengono sveglia anche quando dormi. Stasera li sento tutti, mi siedono accanto, si mescolano alle stelle, si nutrono della mia stanchezza. Penso a ciò che verrà, o forse a ciò che non verrà mai. Penso a tutte le strade che mi aspettano, anche quelle che non percorrerò mai, e mi chiedo come si riconosce un bivio, se non hai mai davvero scelto. Alcune vie mi respingono come il ricordo di un dolore, altre mi attirano come un veleno dolce. Ogni possibilità ha un prezzo. Le mie mani affondano nella sabbia umida. Raccolgo un pugno e lo lascio andare, lo guardo svanire tra le dita. Ogni granello è qualcosa che non ho afferrato, una parola non detta, un’occasione scivolata via mentre guardavo altrove. Non c’è colpa, solo realtà. L’aria mi sfiora il viso, ha il sapore di alghe lontane e legna bruciata da un falò che non vedo ancora. C’è una canzone nell’aria, non ha parole, è solo voce, malinconia liquida che si dissolve nel vento. E poi lo vedo: un bambino accanto a un fuoco, piccolo, immobile, con una lanterna tra le mani. La fiamma tremola, danza in una gabbia di vetro, e io penso alla fragilità. A quanto sia facile spegnersi. Ma quella luce, per quanto fragile, resta.

Tutto ciò che persiste nonostante la paura diventa simbolo. Anche se non voglio, anche se non ho chiesto di vedere. Mi attraversa un fremito, qualcosa che assomiglia a un ricordo che non è mio, o forse lo è, ma non so da dove viene. Il cielo continua a cadere a pezzi, ogni stella un frammento che si stacca, ogni luce una promessa che non si mantiene. Io resto qui, ad ascoltare il silenzio che si rompe e si ricompone. Quante volte ho camminato senza sapere dove andavo, con il cuore pieno e le mani vuote. Quante volte ho inseguito spiegazioni come fossero certezze, senza accorgermi che certe risposte non servono. Forse ciò che resta davvero è lo spazio che lasciamo vuoto, il punto che scegliamo di non chiudere. Forse siamo tutti solo interruzioni che camminano. Il cielo sopra di me non dà pace, ma dà verità. Una verità che non consola, ma accompagna. Il bambino ha chiuso gli occhi, ma la lanterna è ancora accesa. Il falò si abbassa, la fiamma si piega ma non muore. Intorno a me tutto rallenta, anche il mare. Come se stesse ascoltando anche lui. Come se sentisse il peso di ogni silenzio che non ho riempito. C’è una linea tra me e l’oscurità, sottile come il filo di un respiro. E io ci cammino sopra. Non ho fretta di arrivare, perché non esiste un luogo in cui si finisce davvero. Solo un tempo che si estende, un pensiero che torna.

Ogni cosa che non riesco a dire trova posto qui, in queste parole che non cercano risposte. Le lascio andare come si lasciano andare i sogni che fanno male. Non c’è chiusura, non c’è fine. Solo una porta socchiusa sul mare, che resta aperta anche quando non guardi più. E io resto seduta, a sentire il buio, a guardare le stelle cadere. E tutto continua a muoversi, a respirare. Anche quando nessuno guarda. Anche quando sembra finita.

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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