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Journey & Time August 20, 2004 Views: 7 5 min read

Ombre Silenziose Svelano Paure

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

La verità è un’illusione che brucia sotto pelle, non si lascia afferrare, non si mostra mai interamente, ma scivola tra le crepe della realtà come sangue rappreso su una ferita che non guarisce. Rimbalza nei corridoi vuoti della coscienza, si confonde con il silenzio, si traveste da dubbio, si annida tra le righe non dette. La verità non ha volto, non ha voce, eppure urla nelle ossa, batte forte dietro gli occhi, si siede accanto a te quando tutto il resto tace. Le notizie si rincorrono, scomposte, spezzate, senza carne né anima. Si muovono da una parte all’altra del mondo come ombre affamate di attenzione, corpi senza nome dispersi tra cemento e sabbia, tra la memoria e l’oblio. Enzo Baldoni è scomparso. E nel suo nome si è aperta una fessura, una fenditura dentro la pelle del mondo che non si richiude. Non c’è un corpo. Non c’è un indizio. Solo l’eco gelida di un’assenza che dilaga. Un punto cieco nella mappa dell’esistenza. Una linea spezzata che nessuno ha il coraggio di seguire fino in fondo. Eppure lui era lì, per raccontare la guerra, per attraversare il buio, per portare indietro storie che nessuno voleva sentire. Era lì con la sua voce limpida, con il suo sguardo che non tremava, con quel bisogno viscerale di dare senso all’insensato. Adesso rimane solo un vuoto, un’ombra appesa alle pareti di un notiziario che ripete immagini sgranate, volti confusi, mani che indicano direzioni interrotte. Accendo la televisione, ma ciò che vedo è solo polvere. Un pulviscolo denso che si infila sotto le ciglia, che graffia la gola, che trasforma tutto in un sogno ruvido e instabile. Le parole scorrono come acqua marcia, scorrono ma non lavano, non calmano. La sua voce non c’è più, è un’eco che si spegne tra le righe di un servizio di cronaca, un’assenza che non trova luogo. Mi rifugio nel gesto più inutile, più semplice, come se potesse salvarmi. Preparo una tisana. Foglie di menta e scorze di limone che si arrendono all’acqua bollente, che rilasciano un odore pungente, pulito, quasi violento nella sua delicatezza. Mi aggrappo a questo gesto con tutta me stessa, come se potesse tenermi ancorata a qualcosa che non so più nominare. Il vapore sale, lento, si confonde con il silenzio, si appoggia alle pareti come un respiro che non riesce a completarsi. Resto lì, immobile, ad ascoltare il suono del niente che si estende.

Fuori dalla finestra, il mondo è fermo. La strada è deserta, punteggiata da lampioni stanchi, gialli, che gettano ombre troppo lunghe, troppo storte. In un angolo, un sacco di immondizia ondeggia piano, mosso da un vento che non ha direzione. È un’immagine inutile, eppure mi inchioda. C’è qualcosa di dolorosamente reale in quell’oscillazione lenta, qualcosa che mi scava. Perché forse è proprio lì che si nasconde tutto ciò che ci ostiniamo a non vedere. La verità, quella vera, non si mostra mai con fanfare o dichiarazioni solenni. Sta nelle pieghe del quotidiano, nella polvere sotto i tappeti, nei silenzi tesi tra un respiro e l’altro. Baldoni è diventato un simbolo, ma prima era un uomo. E gli uomini non sono simboli. Sono carne, sono pensieri, sono paure che non si possono dire. Era uno di quelli che camminano dentro le crepe del mondo, che scelgono la frontiera, che raccontano ciò che fa male perché sanno che il dolore è l’unica cosa vera che ci accomuna. E ora che non c’è più, restano le sue domande, i suoi passi, la sua mancanza come un urlo senza voce. La sua scomparsa è una ferita aperta per chi crede ancora che la scrittura sia un atto di coraggio, un gesto d’amore in mezzo alla barbarie. È una lama sottile infilata sotto la pelle dell’Europa, una verità che nessuno vuole guardare in faccia. Perché la verità fa paura, perché la verità sporca, costringe a scegliere, a prendere posizione, a sporcarsi le mani. E nessuno vuole farlo finché non è troppo tardi.

Penso a chi lo aspettava. Penso al tempo che si deforma quando qualcuno non torna. Ai minuti che diventano rovine, alle ore che si dilatano come una stanza vuota, al veleno della speranza che ti tiene in vita e ti consuma, lentamente, senza fretta. C’è una dolcezza malata nell’attesa, una forma di tortura che ha il sapore del miele. E mentre tutto fuori continua a muoversi, io resto ferma. Resto in questa stanza dove la tisana si è ormai freddata, dove l’aroma è diventato odore stantio, dove i pensieri si contorcono come animali ciechi. Il prezzo della verità è sempre altissimo. È fatto di nomi dimenticati, di occhi che nessuno incrocia, di storie che si spengono prima ancora di essere raccontate. È fatto di corpi che non si trovano, di voci che vengono silenziate. Ma il vero costo non è quello. Il vero costo è ciò che rimane in chi resta. È la frattura interna, è la lacerazione che non si ricuce, è la consapevolezza che esiste un punto oltre il quale non si può tornare. E non c’è parola che possa coprire quel buco. Non c’è gesto che possa colmare quell’assenza.

Scrivo, ma non so cosa sto cercando. Scrivo per non scomparire anche io. Scrivo perché ogni parola è un tentativo, un appiglio, un modo per restare viva. Non cerco un senso. Il senso non c’è. C’è solo questo flusso che non si arresta, questa corrente che mi trascina. E dentro ci sono anch’io, con le mie paure, con il mio bisogno di capire, anche quando capire fa più male che restare ignoranti. E ora il foglio è pieno, ma io non sono vuota. Sono ancora lì, nel respiro che trattengo, nella porta che resta socchiusa. Non c’è fine, non c’è pace, solo il peso di ciò che resta in sospeso. E qualcosa che continua a bruciare.

• Remember me,
• Eclipse •

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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