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History & Places December 26, 2004 Views: 4 4 min read

Il silenzio delle onde

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

C’è un silenzio che non ha suono ma pesa, e quando arriva, non puoi ignorarlo. Si insinua fra le ciglia, fra le pieghe della pelle, e resta lì anche quando tutto intorno continua a scorrere. Ieri, o forse stamattina, o forse in un tempo che non esiste, ho visto un’onda che sembrava non finire mai. Un’ombra d’acqua che divorava la riva della Thailandia come se la terra non fosse mai esistita. Non un’onda. Non una marea. Qualcosa di più antico, di più affamato, di più reale di qualsiasi parola. La chiamano tsunami, ma in quella parola non c’è niente. Solo lettere. Solo etichette che non sanno portare il peso di chi ha perso tutto. Eppure io ero lì, seduta. Il divano mi sosteneva come un corpo troppo abituato al comfort. Una tazza di camomilla ancora piena, dimenticata, posava sul tavolino come un testimone muto. Non riuscivo più a bere. L’odore caldo e familiare che fino a poco prima aveva riempito la stanza ora mi faceva male. Era dolce, troppo dolce, una bestemmia contro la violenza che stavo guardando. I bambini non sapevano più camminare. I volti delle madri si perdevano in un’eco lontana, fatta solo di urla senza voce. Le case non erano più case. Le barche non erano più salvezza. Solo pezzi di legno, solo macerie su cui si poggiava la notte.

La finestra era aperta. L’aria di Milano portava con sé l’odore umido dei canali, come sempre. Ma oggi sapeva di lontananza, di impotenza, di spettatrice che non sa che farsene degli occhi. Mi guardavo attorno e tutto era al suo posto. Le pareti intatte. Le tende mosse solo dal vento. Il mio corpo, troppo intero per meritarselo. E dentro, qualcosa crollava. Non come un palazzo. Come una certezza. Come un’illusione di poter essere al sicuro, sempre. Non mi sono alzata. Ho solo preso un foglio. Una penna. Ho cominciato a scrivere alla Croce Rossa con mani che non sembravano mie. Il gesto era meccanico, quasi un rituale. Ma in quel movimento c’era tutto. Il tentativo disperato di non restare ferma. Di fare qualcosa che non fosse solo guardare. Di aggrapparmi a un significato che non arriva mai. Ogni parola che scrivevo cadeva sul foglio come se il mondo stesso me le dettasse. Non era carità. Non era bontà. Era sopravvivenza. Era il bisogno di non sentirmi complice di quell’immobilità che mi stringeva il petto. Fuori, un lampione tremolava nella nebbia. La sua luce sembrava fragile. Non flebile. Fragile. Come se ogni secondo potesse spegnersi per sempre. Eppure resisteva. C’era qualcosa di crudele e bellissimo in quella resistenza. Come se anche lui, come noi, non sapesse perché continua a brillare. Ma lo fa. Senza logica. Senza senso. Solo perché non sa fare altro.

Intorno a me tutto sembrava in ordine. Ma dentro, ogni oggetto si era spostato. Come dopo un terremoto invisibile. I miei pensieri non erano più pensieri, erano detriti. Ricordi spezzati. Frammenti di immagini che non avevo mai vissuto, ma che ora erano miei. Quelle onde erano dentro di me, anche se non avevo mai messo piede su quella costa. Ogni volto perduto mi aveva lasciato un segno, come se mi avesse guardata in silenzio e poi fosse scomparso, chiedendomi di ricordare. Di portare con me il dolore che non aveva trovato una casa. Non serve essere lì per essere colpiti. Basta ascoltare. Basta non girarsi dall’altra parte. Ogni piccola scelta, ogni piccolo gesto può essere un’àncora o un’illusione. Ma in entrambi i casi, è reale. È tutto ciò che abbiamo. E scrivere non è mai un modo per spiegare. È un modo per restare vivi. Per non lasciarsi travolgere. Per non dimenticare che ogni cosa che accade in un’altra parte del mondo ci riguarda. Non perché siamo buoni, ma perché siamo umani. E l’umanità, quando è vera, non conosce distanze.

Ho scritto. Poi ho riletto. Le parole non mi bastavano. Non bastano mai. Ma erano lì. E io con loro. Il foglio pieno, la tazza ormai fredda. Il cielo oltre la finestra era lo stesso di sempre, ma non lo guardavo più con gli stessi occhi. Qualcosa era cambiato. In me. Nella stanza. Nella voce interiore che mi guida da sempre. Non avevo risposte. Non avevo bisogno di averne. Avevo solo bisogno di continuare a scrivere. Di lasciare aperta quella porta, anche solo uno spiraglio. Perché in quel piccolo spazio entra il respiro del mondo. Anche quello che non capiamo. Anche quello che fa male. Non c’è una fine. Non c’è mai una fine. C’è solo quel passo che si appoggia sul vuoto, e poi un altro. E poi un altro ancora.

• Remember me,
Alice •

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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