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Journey & Time January 1, 2005 Views: 6 6 min read

Il silenzio dopo l’eco

Read this slowly. Let the words arrive before you decide what they mean.

È il primo gennaio del 2005 e l’aria è più ferma del solito, come se anche il vento avesse deciso di ritirarsi, lasciando spazio solo al gelo che sfiora i vetri e si insinua nella pelle, nelle ossa, nei pensieri che non trovano rifugio. La città è muta, nessun passo, nessun clacson, nessuna voce. Solo silenzio e l’eco lontana di un’esplosione artificiale che si dissolve nel nero di un cielo consumato. Sto sulla terrazza come chi aspetta qualcosa che non arriverà, come chi ha dimenticato perché è salito fin lì. Non c’è niente, non c’è nessuno. Solo me stessa, il cemento ruvido sotto le scarpe e quella sensazione che il tempo si stia portando via qualcosa che non saprò mai più ritrovare. Ogni secondo che scorre pesa come una decisione non presa, come parole lasciate a metà, come addii mai detti fino in fondo. Il cuore pulsa piano, ma non è pace. È una stasi inquieta, un limbo di respiro trattenuto, di attese irrisolte. L’odore nell’aria è qualcosa che non si spiega, non profuma, non punge. È un odore umido, sa di terra bagnata e di muri impregnati di storie che nessuno racconta più. È la pelle di ricordi rimasti incastrati fra gli anni, di frasi pronunciate una volta sola e mai più ripetute. C’è qualcosa che mi scava da dentro, qualcosa che non grida ma che non smette di vibrare. Una nostalgia che non ha volto, ma che si aggrappa ai dettagli più minuscoli. Il bicchiere vuoto sul tavolo. Una sedia fuori posto. Una risata che mi manca, che non so più rievocare come si deve. Ogni cosa ha il sapore di ciò che non può tornare, ma che non riesce ad andarsene. Eppure, in questo silenzio pieno di assenze, tutto mi sembra incredibilmente vivo. Vivo nel modo in cui lo è solo ciò che fa male. Vivo come il taglio sottile della memoria, come un battito che si rifiuta di fermarsi.

Il nuovo anno è qui, ma non ha voce. Non ha gioia, non ha rumore. È solo un foglio vuoto che mi guarda e aspetta che io lo riempia, ma io non ho parole. Non quelle giuste. Non parole che bastano. Non ho promesse, non ho speranze da proclamare ad alta voce. Ho solo questo vuoto che mi si spalanca dentro, come una finestra lasciata aperta da troppo tempo. E sento che qualcosa sta cambiando. Qualcosa si muove in profondità, ma non si lascia afferrare. È un’onda lontana, invisibile, che s’infrangerà prima o poi senza chiedere permesso. Lo sento in quel modo in cui si sentono le cose vere, quelle che non hanno bisogno di essere dette. Un dettaglio, uno solo, mi attraversa. Una foglia. La vedo volare nell’aria fredda, da sola. Non c’è vento, non c’è movimento. Ma lei va. Va perché vuole. Va perché sa che restare è più doloroso. Vola come se avesse capito tutto, come se sapesse che la leggerezza è una forma di forza. In quel volo solitario c’è più verità di quanta ne abbia mai trovata nei discorsi ben costruiti. C’è la logica spezzata della libertà. C’è l’accettazione del fatto che, per non morire aggrappata a qualcosa, devi avere il coraggio di lasciarti cadere. E io, io da quanto non mi lascio cadere? Da quanto non mi lascio andare? Forse da troppo. Forse da quando ho deciso che l’unico modo per sopravvivere era restare ferma, salda, immobile. E invece la vita è nell’instabilità. È nell’imprevisto. È nel non sapere. Ho cercato troppo spesso una direzione precisa, ho tracciato linee, orari, confini. Ho contato giorni, ore, minuti. Ho cercato risposte come se mi spettassero. E invece no. Non mi spettano. Mi spetta solo questa incertezza, questo senso continuo di movimento, di smarrimento. E forse è proprio lì che bisogna stare. Dentro quel luogo senza nome, dove non c’è un prima né un dopo, ma solo l’adesso. Dove non c’è controllo. Solo presenza. E mi accorgo che sto respirando diversamente. Non più corta, non più in apnea. Ma lunga, profonda, come se il corpo stesso stesse cercando di dirsi qualcosa che io non ho il coraggio di ammettere.

Il futuro non mi parla. Non mi consola. Non mi chiama. Ma io sento che esiste. Come una linea sottile all’orizzonte che non posso toccare ma che so essere lì. E forse non serve altro. Forse basta sapere che qualcosa c’è, anche se non ha forma. Anche se non ha nome. Anche se non mi somiglia ancora. Forse basta sapere che si può ancora cambiare pelle. Che si può ancora sbagliare strada e poi trovarsi comunque. Che si può cadere e poi stare a terra senza fretta, senza colpe. Che si può scegliere di restare o di andare via, senza dover giustificare niente. Guardo la città che tace sotto di me, così immensa, così lontana. Non mi appartiene più, o forse non mi è mai appartenuta. Ma in questo silenzio sento la mia voce. Non quella che uso per parlare. Non quella che gli altri ascoltano. Ma quella che vibra quando tutto tace. Quella che mi accompagna quando non so dove sto andando. Quella che resta anche quando tutto finisce. E sento che è lei, quella voce lì, che conta davvero. Non perché dice la verità, ma perché non mente mai. La notte continua a distendersi. Non accade nulla, ma tutto è già accaduto. Il freddo si fa più intenso, ma non mi spaventa. Ho imparato a stare nel freddo, ad ascoltare il vuoto. A non fuggire più. Forse non c’è altro da fare. Forse è proprio qui, nel non fare, che si trova il senso. O meglio, il non-senso. L’accettazione del fatto che non tutto ha una forma, che non tutto ha una fine. Che ci sono cose che semplicemente sono. E questo basta. Questo deve bastare. Mi volto per rientrare. La porta è lì, socchiusa. Potrei chiuderla. Ma non lo faccio. Non oggi. Oggi la lascio aperta, anche solo di un soffio. Perché forse domani ci sarà un altro silenzio da ascoltare. Un altro dettaglio da raccogliere. Un altro battito da sentire. E allora il cerchio ricomincerà. Non si chiuderà mai, davvero. E va bene così.

Remember me,
Eclipse

Why?

Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.

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