Piccoli segreti sussurrati tra le conchiglie
Dopo il mare, mio padre ha deciso: da oggi, il pomeriggio devo tornare a casa. “Così ti riposi un po’,” ha detto, anche se so che è per tenermi d’occhio. Ma la sera, se esco a mangiare qualcosa al Doria con gli amici, ho due ore di libertà. Poi devo essere a casa prima di mezzanotte. Regola fissa. Al Doria abbiamo raccolto conchiglie. Tante. Piccole. Lucide. Alcune rotte. Altre perfette. Le abbiamo messe in un secchiello di plastica azzurra, con il manico giallo. Poi ci siamo seduti su un masso levigato dal tempo. M. ha preso una conchiglia e me l’ha messa all’orecchio. «Ascolta» ha detto. Ho ascoltato. Non era solo il rumore del mare. C’era il nostro respiro. I nostri passi. Il silenzio tra un battito e l’altro. Poi ha sussurrato: «Questa è la nostra.»
L’ho guardata. Non era diversa dalle altre. Ma era sua. E adesso è mia.
Più tardi, siamo tornati a casa. Doccia veloce, capelli ancora bagnati, e poi di nuovo fuori. Al Doria c’erano tutti i nostri amici. Tavoli pieni, pizze fumanti, risate che si spandevano nell’aria. Dopo cena siamo usciti in gruppo, giro lungo tra le vie illuminate e il profumo di salsedine. Due ore di libertà esatte. Ad un certo punto, un gruppo di ragazzi con una birra in mano e musica da un vecchio walkman ci ha fermati. Ci hanno chiesto di unirci. M ha bevuto un sorso, io no. Abbiamo ballato un po’. Io ho riso. Forte. Senza pensare. M. mi guardava. M. non ha ballato. Ma sorrideva, con gli occhi. Hanno saputo che siamo di Genova percui si sono messi ancora a fare piu’ bordello, cantando i cori della Sampdoria. Poi, come in un patto silenzioso, siamo scappati. E mi ha riaccompagnata a casa a mezanotte in punto. Che principe.
Remember me,
Eclipse
Why?
Because every thought leaves a trace. If something moved you, disturbed you, softened you, or made you think, leave it here, quietly.